Del 16 dicembre 2011
Questa è stata una settimana strana, è caduta e da qualche parte continua a cadere la neve, e sempre da qualche parte c’è stata una battaglia che riguarda anche noi.
Normalmente noi (in particolare io), stiamo su questa torre ad ascoltare, a cercare di mettere ordine…non c’è tempo qui, c’è solo spazio pieno di musica. Ma in questa settimana il tempo è entrato brutalmente anche qui, il tempo, quello che stiamo vivendo è arrivato a dirci che se non ce lo riprenderemo, a breve, non avremo più voglia di ascoltare tutta questa musica perché qualcuno non avrà più la possibilità di crearla.
Sappiamo bene di cosa stiamo parlando, della “guerra” che si è consumata martedì a Roma e che questa volta era visibile anche da qui su.
Vi starete domandando che c’entra la rivolta avvenuta nel centro di Roma, martedì 14 dicembre, con la musica, con l’underground o gli emergenti?
Beh, c’entra perché quella giornata non è stata solo una giornata politica o una giornata in cui gruppi di violenti hanno rovinato le buone intenzione di pacifici manifestanti, il 14 dicembre è stata la giornata in cui si è sollevata la rabbia, la rabbia di non riuscire a scrivere e a creare, di non poter esserci a pieno in un mondo che dovrebbe essere il nostro.
C’erano studenti, c’erano ricercatori, c’erano precari, c’erano artisti, musicisti, c’ero persino io… ed insieme eravamo tutti emergenti o persone che vivono nel “sottosuolo” e a cui viene impedito l’ingresso in una società che ormai non sembra essere più la nostra.
Noi parliamo di un certo tipo di musica emergente da un anno e qualche mese, ma la verità è che la parola “emergente” dovrebbe essere applicata a qualcuno nei primi mesi in cui si presenta al pubblico, quando dopo due anni si usa ancora, parlando degli stessi gruppi, ci troviamo di fronte a un paradosso linguistico e temporale, nient’altro che la conseguenza di una società che frustra le nuove generazioni e tutto quello che non può classificare nell’arte, nella musica e in ogni aspetto che riguarda le manifestazioni umane.
Questo impedisce ai musicisti di occupare uno spazio che dovrebbe essere loro, di raggiungere una posizione che gli possa permettere di essere riconosciuti e di vivere della loro musica, senza ritrovarsi sfiniti in giro per i più sperduti locali della penisola, mentre altri mummificati e stantii si prendono tutto e stanno ovunque.
( Volutamente non parlerò del paradosso del mondo Underground che in Italia, anziché trascinare con se e dar spazio ai cosiddetti emergenti, riesce ad essere settario e chiuso in fortini intoccabili, quasi più della grande produzione di massa).
Siamo di fronte a una situazione paradossale in cui i vecchi rimangono arroccati storcendo il naso alla nuova musica e alle nuove tecnologie che ne permettono la diffusione (che non a caso sono state donate al mondo da giovani eccentrici e sopra le righe), lasciando ogni cosa come una possibilità non sfruttata, asservita a meccanismi vecchi che non sono in grado di sfruttare al meglio le nuove possibilità.
Tutto questo è responsabilità/colpa di una società vecchia, accomodata e in putrefazione che non ha alcuna intenzione di morire, per lasciar spazio al nuovo.
Per questi e per molti altri motivi, quello che è accaduto martedì c’entra con noi e con la musica, perché solo quando si sbloccherà questo meccanismo sociale che condanna le generazioni emergenti all’eterna vecchia, gavetta, finalmente noi potremmo presentarvi questi gruppi e questi artisti, in grandi teatri, in grandi spazi, senza dover sempre parlare di loro come se fossero appena apparsi sulle scene, e senza dover elemosinare per far si che li paghino e che gli diano lo spazio che gli spetta.
Qualcuno una volta (molto tempo fa) disse che i giganti erano fondamentali affinché i nani potessero salire sulle loro spalle per vedere più lontano di loro, noi abbiamo sempre pensato ai musicisti di cui vi parliamo come ai fratelli più piccoli di grandi artisti, da considerare alla pari. Purtroppo attualmente i giganti calpestano o ignorano i nani e così, nell’anomalia generazionale tipicamente italica, siamo condannati a poter sentire qualcosa di nuovo solo se il gigante tv lo presenta attraverso Xfactor.
I giovani nani, dopo averci provato, con i soliti vecchi meccanismi imposti, dedicando il loro tempo, con i loro mezzi, girando da un angolo all’altro del paese, suonando di fronte a avventori casuali che parlano durante i loro live, finiscono per essere schiacciati dalla stanchezza e dal peso degli indifferenti giganti.
Queste sono le ragioni per cui siamo usciti dalla torre, perché in fondo non c’è differenza fra un musicista emergente e un lavoratore precario, non sono altro che persone condannate a sfinirsi per provare a liberarsi di una etichetta sociale o artistica che dovrebbe essere solo un passaggio per poter guardare più lontano dei giganti, per produrre e far ascoltare a più gente possibile nuova musica, bella e di qualità e che non sia solo un prodotto di marketing.
Eravamo lì, fra Via del Corso e Piazza del Popolo, per riprenderci lo spazio e il tempo, perché un giorno si possa smettere di chiamare gruppi e artisti come i 2Pigeons, gli Underdog, Davide Lipari, Caterina Palazzi, e tutti i musicisti di cui vi abbiamo parlato, emergenti.
Se dovremo lanciare sassi contro le gambe dei giganti perché avvenga, credo proprio che lo faremo.
</object
Foto: Giuseppe Summa
