C’era una volta una cittadina chiamata Rosarno, in una regione del sud, chiamata N’dranghetilandia, in un paese del sud dell’Europa chiamata Mafilandia.
Il tempo a Rosarno, come a N’draghetilindia, e come del resto a Mafilandia, sembrava non girare mai, (perché si sa il tempo è circolare ovunque: gira, si ripete, ma comunque è in movimento; è così in ogni dove… tranne che dalle parti in cui la nostra bella favola è ambientata).
Tutto scorreva come sempre, fra gli stessi riti sociali, le stesse giornate in cui si aspettava la grazia del signore, o l’aiuto del signorotto, o la raccomandazione del “Don” per il concorso per il posto pubblico…etc, etc.
Ma un bel giorno a Rosarno di N’dranghetilandia, a Mafilandia, poco tempo dopo le sante feste natalizie; dopo essere stati tutti più buoni; dopo aver pregato con l’abito nuovo nella santa messa del santissimo Natale;
dopo aver consumato il santo pasto della vigilia e aver dato da mangiare anche agli animali, (che altrimenti, si sa, nella santa notte di natale, potrebbero “Iestimare” la brava gente nonostante i bei vestiti)…
…e dopo aver donato il mensile regalo al “Don” che permette che a n’dranghetilandia regni l’ordine …
( e come narratore mi permetto una digressione, perchè è necessario raccontare che i “Don” sono bravissima gente…sono loro che fanno si che i ndranghitesi possano coltivare la terra, commerciarne i frutti …vivere in pace… e si, non c’è che dire…i ndranghitesi sono da sempre grati ai “Don” ..e il natale è probabilmente il periodo dell’anno migliore per dimostrare la loro riconoscenza).
Dicevamo:
Un bel giorno a Ndraghetilandia, dopo i giorni santi, i ndranghitesi fecero un’incredibile, quanto spaventosa, scoperta: l’uomo nero viveva fra loro.
La scoperta fu ancora più scioccante, perché, non solo si resero conto che l’uomo nero minacciava le loro vite, ma si accorsero d’improvviso, come se illuminati dal santo bambinello che tanto avevano pregato nei santi giorni appena passati, che l’uomo nero non era solo, ma era uno dei tanti e che da mesi, da anni forse, raccoglievano i frutti delle loro terre, proprie quelle terre…che grazie al santo aiuto dei “Don”, davano da mangiare alle loro famiglie.
Come osava l’uomo nero camminare per le loro strade?
Come osava l’uomo nero comprare nei loro negozi..e vivere nelle loro stalle…?
Era inammissibile, bisognava fare qualcosa.
E allora, ecco che un bel giorno, un eroe si presentò a Rosarno di N’dranghetilandia e col suo fucile a pallettoni in spalla, guidò la rivolta dei Ndranghitesi contro l’uomo nero.
La battaglia fu dura, molti caddero, molte donne persero i loro bambini, spaventate dalla bruttezza dell’uomo nero.
Alla fine, come nelle migliori storie, l’eroe vinse, e con l’aiuto dei ndranghitesi, fece si che i dirigenti di Mafilandia, rinchiudessero l‘uomo nero e i suoi simili nelle gabbie, ovvero il luogo che gli spettava per aver lavorato al posto dei ngranghitesi, per aver vissuto nelle loro stalle, per essere morto in incidenti sul lavoro al posto loro, per aver guadagnato più di quattro euro l’ora, per aver abbandonato la sua famiglia…
L’uomo nero era sconfitto, l’ordine ristabilito e l’eroe col suo fucile a pallettoni fu portato in trionfo nella piazza del paese e lì, davanti ai cittadini di Rosarno che lo guardavano con gli occhi colmi di gioia e gratitudine, fu proprio il “Don dei Don” a conferirgli la somma onorificenza di cavaliere della patria, per aver liberato la città dalla minaccia, minacciosissima del brutto, crudele e sporco Uomo nero.
La pace era finalmente ristabilita, l’uomo nero era stato cacciato, si inneggiavano parole di pace e di non violenza…
Dalla felicità i mariti “presero” le loro mogli per giorni e notti intere…le scuole chiusero per i festeggiamenti e vennero trasformate in “case di incontro affettuoso e dell’amore regnante” fra i “Don” e le mogli, le figli, persino le suocere dei ndranghitesi…, le forze dell’ordine spararono fuochi d’artificio per mesi e così a lungo si celebrò la pace!
Presto non si parlò più della vicenda, l’eroe aveva ottenuto, oltre alla somma onorificenza, un posto nell’ufficio “carta usata” nella divisione “riciclaggio” del comune di Rosarno; i ndranghitesi ripresero felici le loro vite; le donne, che nella battaglia avevano perso i loro bambini, poi “prese” ripetutamente giorno e notte dai mariti, poi impegnate con i “Don” nelle “case d’incontro affettuoso e dell’amore regnante”, partorirono come coniglie (o giumente, o scrofe…scelga il lettore l’immagine che preferisce) tanti bei ndranghetinini; i “Don” ripresero ad uscire salutando e sorridendo, mentre i propri “dipendenti”raccoglievano i regali degli ndranghitesi…
Nelle terre lavoravano ora i più silenziosi e invisibili uomini gialli…e il tempo tornò a immobilizarsi come sempre, mentre tutti vivevano felici, buoni, contenti e timorati del signore.
Il bianco vinse sul nero…il buono sul cattivo…il “Don dei Don” vegliava sui “Don” che vegliavano sui buoni, come Dio vegliava su di lui.
