…E di colpo in un venerdì pomeriggio qualsiasi, arriva la risposta alla domanda “ma perché ho avuto il rifiuto della mia terra natale, perché non sono come tutti che corrono a casa appena possono?”
E’ successo grazie a un breve articolo apparso su un quotidiano online, che riporta l’immagine di un luogo che ho visto ogni giorno, per 16 anni e che, come un’epifania, mi ha dato una risposta che non cercavo, che dà una luce diversa al mio modo di stare al mondo, al mio voler partire senza mai il desiderio di tornare.
Il luogo è l’ospedale di Crotone, riportato in vita nei miei ricordi grazie a una foto pubblicata a corredo della notizia “Muore dopo un cesareo, a 19 anni”.
Quell’ospedale si trova vicino alla casa in cui sono cresciuta, una casa che non è più dei miei genitori e grazie alla quale io, a breve, avrò la mia prima casetta da adulta: 49 metri in un quartiere romano in cui si uccide per strada…ma questa è un’altra storia…non voglio divagare!
Guardando la foto dell’ospedale e leggendo quell’ articolo, all’improvviso sono affiorate alla mente tante immagini legate a quel posto: il pavimento con le bolle d’aria che mi piaceva calpestare quando andavamo a trovare una zia, un nonno, una nonna…conoscevo a memoria le forme di quelle bolle…Le finestre nelle scale, da cui si vedava il campo da calcio dello stadio e che erano sempre affollate con persone che guardavano le partite. L’infermiera strega, che non dimenticherò mai, e che mi prese il sangue, strattonandomi, mentre io disperata piangevo e mi dimenavo. Il reparto sempre chiuso, quello dei malati di cuore, davanti a cui si passava in silenzio, perché il cuore rotto e ferito è sempre una cosa seria…
Poi ci sono i ricordi familiari… quello di mio nonno: entrato in quell’ospedale con le sue gambe, curato per coliche renali, riuscito su una sedia a rotelle che lo ha accompagnato per il resto della sua vita. Continuarono a dargli il farmaco che gli stava provocando un’emorragia interna…e che provocava i dolori che loro definivano “coliche renali”…
Al ricordo di mio nonno è ovviamente legato quella della moglie, mia nonna, la prima e unica persona che ho visto in punto di morte. Avevo 12 anni, per me quella mattina era stata come una festa, mia madre non mi aveva chiamato per andare a scuola, dovevamo aspettare la nonna che tornava dall’ospedale di Milano con la zia…ricordo come se fosse ieri la sensazione di quella sera, l’aria che mancò all’improvviso, vedendo cosa significava morire.
Prima di andare a Milano, dove ovviamente viveva una delle figlie, immigrata anni prima per lavorare, si era presa cura del marito e tutti pensarono a stanchezza quando iniziò ad avere una febbre costante. Nello stesso ospedale in cui il marito era stato curato per coliche renali, non sapevano dire cosa avesse…e nell’ospedale di un paese vicino chiesero alle figlie se la madre avesse viaggiato in qualche paese tropicale (mia nonna non si era mai mossa dall’Italia e si prendeva cura di un malato immobilizzato su una sedia a rotelle)… Pochi mesi dopo era morta, per uno dei più comuni e riconoscibili tumori, scoperto troppo tardi, solo una volta arrivata a Milano.
Sono passati molti anni da allora, quasi 20, eppure oggi leggo di medici indagati per la morte di una ragazza di 19 anni, morta dopo aver dato la vita…e non posso che pensare a quei medici arroganti dei miei ricordi, con la sigaretta in bocca, che in dialetto o con un italiano sgrammaticato, snobbavano i parenti in modo scortese…
Probabilmente gli indagati di oggi sono gli stessi di allora, e non posso che pensare che la loro incapacità sia data dal fatto che la Calabria sia un posto in cui per avere un lavoro regali il prosciutto e fai dolci a qualcuno…
Chi resta in Calabria continua, pur involontariamente, a perpetrare il mafioso sistema dei favori e raccomandazioni che portano ad avere incompetenti in ogni settore della società calabrese…e questo sembra essere l’unico mondo possibile.
Fra chi si ne va c’è chi lotta, denuncia, ma da lontano, perché lì non riuscirebbe ad avere una vita dignitosa… e c’è chi cammina, senza voler tornare mai…
In Calabria è colpa di tutti se si muore a 20 anni di parto, di chi continua a dire la frase “parlo con… per farti avere…” di chi compra il regalo al signorotto per Natale…di chi dà lauree in medicina a gente di 40 anni…di chi dà del voi al sindaco…e anche di chi se ne va…
Ed ecco che d’improvviso, in un venerdì qualunque, ho scoperto perché non volevo essere calabrese…proprio mentre mi sono resa conto di esserlo…






